Novembre 10, 2021

Storie di famiglia - capitolo 1

Il palazzo è situato su una collina, più in alto rispetto al paese, per sottolineare l’importanza di chi lo abitava. Fu costruito da una nobile famiglia di Conti intorno al secolo XII e, nel secolo XIX, divenne dimora della mia famiglia, a quel tempo molto benestante e nobile anch’essa.

Due leoni di pietra a grandezza naturale sono accovacciati ai lati dell’imponente cancello che si affaccia sul giardino non più curato. Ai lati, quasi rasenti ai muri, si snodano due file di alberi da frutto, di cui rimangono i fusti scarni e pochi rami rinsecchiti e, sparpagliate nel prato, si scorgono tracce di aiuole in cui crescevano petunie, margherite e rose viola. Una fontana di pietra, erosa dalle intemperie, sormontata dalla statua di un angioletto dispensatore di acqua, è posta proprio al centro del giardino, tra il cancello e il palazzo. Dietro al palazzo, quattro vecchie palme delimitano l’ultima parte del giardino in cui si trovavano le scuderie, di cui non rimane che un rudere in cui è visibile un’antica currula, l’anello di ferro al quale venivano attaccati i cavalli.

Al palazzo si accede attraverso un grande portico in pietra, che sostiene l’immensa terrazza. La facciata è leggermente scrostata in diversi punti, ma, nel complesso, non ha affatto un’aria fatiscente anche se il palazzo ormai è disabitato da parecchi anni.

Prima di entrare, mi soffermo a guardare in alto: il palazzo si staglia, alto e imponente, contro il cielo azzurro e nitido di questa mattina d’estate. La bellezza e il calore di questa giornata, unite all’emozione di trovarmi nei luoghi in cui mio padre e tante persone a me vicine hanno vissuto e condiviso esperienze, mi commuovono e sono costretta a fermarmi per non farmi vedere piangere da lui, che sono sicura penserebbe “Già piangi? Ma non siamo nemmeno ancora entrati!”.

Lo raggiungo poco dopo, mi aspetta sulla soglia, guardandosi intorno curioso. Non era tanto ansioso di accompagnarmi, ma il mio ripetuto parlare di questo palazzo lo ha convinto, o forse stremato, comunque alla fine mi ha accompagnata.

Mi chiamo Chiara Toscano e non abito più in Sicilia da molti anni, ma, in quanto unica erede della famiglia Bertino e proprietaria del palazzo omonimo, che sarà venduto il mese prossimo ad una famiglia facoltosa, sono colei che deve organizzare lo svuotamento della casa e decidere cosa fare dei mobili e dei numerosi oggetti che sono rimasti qui.

Da quando mi sono trasferita a Londra, non sono tornata che un paio di volte in Sicilia. Non ho più molti legami qui e tornare in questi luoghi mi deprime. La società italiana non mi manca per niente e non ho rimpianti per essermene andata a poco più di vent’anni, senza un soldo in tasca e senza un chiaro obiettivo. Non avevo comunque nessun legame affettivo degno di tal nome: i miei genitori sono separati da quando avevo dieci anni e vivono entrambi, per una strana coincidenza, a New York e sono stata cresciuta da una zia di mio padre, un’anziana signora molto arrogante, che mi ha trattato sempre con condiscendenza e ben poco amore.

Non ho avuto quindi nessun dubbio quando Andrea mi ha proposto di andare a vivere con lui a Londra. Lui ci abitava già da due anni e ne diceva meraviglie, mi amava e io l’ho seguito senza pensarci due volte. La storia con Andrea è finita dopo pochi mesi e io, che non avevo trovato un lavoro ma che coltivavo da sempre l’amore per la scrittura, sono riuscita in quel periodo a far pubblicare una raccolta di poesie che si chiamava “Echoes[1]”. Il libro di poesie ha avuto un successo inaspettato e, da allora, ho scritto altri tre libri, attività che sino ad oggi, sebbene non mi abbia arricchito, mi ha dato di che mantenermi, abbastanza degnamente, nella costosissima Londra, nel mio bell’appartamento di Soho, alle spalle di Oxford Street.

Scrivere è la mia passione da quando avevo dieci anni. Credo che ci siano persone davvero dotate per la scrittura, io non so se appartengo a questa schiera, ma so che scrivere è qualcosa di cui non posso fare a meno, più o meno come l’aria. Ho iniziato con poesie d’amore e storielle romantiche, adesso scrivo di zombie, di vampiri, omicidi e delle più terribili nefandezze e ambiento i miei romanzi in luoghi cupi e tetri.

Non so perché il genere horror costituisca tale attrattiva per me, che ho il terrore di mettere un piede fuori dal letto, per paura che il mostro, che sono certa vi si nasconda sotto, mi trascini giù. Una valida spiegazione del fascino per le storie del terrore l’ho trovata, tempo fa, nella prefazione di un libro di uno degli scrittori più in gamba dei nostri tempi, che ha scritto:

“Il racconto di mostruosità e terrore è come un cesto riempito alla rinfusa di fobie: quando l'autore passa accanto a voi, prendete dal cesto uno dei suoi orrori immaginari e deponete, al posto di quello, uno dei vostri orrori reali ... almeno per un po' di tempo”[2]

copyright Francesca Di Gregorio, 2015


[1]              Echi

[2]              Prefazione di “A volte ritornano” di Stephen King

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"E’ un dono incontrare qualcuno cui tu piaccia così come sei. Nel complesso ti giudicheranno sempre. Quindi vivi e fai quello che ti dice il cuore. La vita è come un’opera di teatro che non ha prove iniziali: canta, balla, ridi e piangi prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi."

(Charlie Chaplin)

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"Decidi cosa vuoi essere, fare e avere; pensalo, emetti la frequenza e la tua visione diventerà reale."

(Rhonda Byrne, Il segreto, 2006)

 

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